
di Aldo Grasso
La serie (Disney+) è un trionfo di esagerazioni che finisce ironicamente per raccontare un mondo proprio attraverso i suoi difetti più appariscenti
È ormai un dato di fatto: la serialità Usa è lo specchio deformante della nostra epoca, capace di dare dignità anche al caos dei nostri giorni. Ma
con «All’s Fair» (Disney+), Ryan Murphy sembra aver scambiato lo specchio con un filtro Instagram venuto male.
Nonostante il titolo di «serie più brutta di sempre» che le pende sul capo come una condanna, questo legal drama è — a modo suo — un ritratto dell’America odierna.
È un trionfo di esagerazioni che, ironicamente, finisce per raccontare un mondo proprio attraverso i suoi difetti più appariscenti. La trama? Un manipolo di avvocate divorziste di alto bordo molla il patriarcato per fondare uno studio all-female a Los Angeles, tra scandali e contratti prematrimoniali.
Sulla carta, una bomba. Nella realtà, un disastro. Nonostante un cast da capogiro (da Glenn Close a Kim Kardashian, da Naomi Watts a Sarah Paulson), tutto è spinto così tanto sull’acceleratore — trame sconclusionate, recitazione sopra le righe e dosi massicce di botox — da scivolare nella parodia involontaria.
È il cortocircuito perfetto: voleva essere glamour, è diventato




