
di Aldo Grasso
Il ritratto di un artista che non ha semplicemente rappresentato il proprio tempo, ma ha anticipato il nostro: un mondo immerso in un flusso continuo di immagini, dove il confine tra realtà e schermo è diventato sempre più sottile
Consiglio di guardare su Rai Play la puntata di Blob dedicata a Mario Schifano, firmata da Paolo Luciani. È un’operazione tutt’altro che semplice: raccontare un artista ormai consegnato alla storia senza trasformarlo in un monumento. Attraverso materiali d’archivio, frammenti televisivi e gli interventi di Furio Colombo, Maurizio Calvesi e Achille Bonito Oliva, il programma costruisce il ritratto di un autore che ha saputo leggere il proprio tempo con una lucidità quasi profetica. Il merito principale della trasmissione è quello di mettere al centro il rapporto di Schifano con la tv, non come semplice soggetto iconografico ma come vero e proprio ambiente esistenziale. Nella sua «casa psichica», popolata da decine di apparecchi sempre accesi, l’artista osservava il flusso incessante delle immagini trasformandolo in materia pittorica. I celebri «Paesaggi TV» degli anni Settanta nascono proprio da questa intuizione: il nuovo paesaggio non è più quello naturale, ma quello trasmesso dallo schermo.
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