
di Aldo Grasso
Tra i limiti più evidenti della serie, la reiterazione della struttura narrativa. Ma, paradossalmente, anche i difetti costituiscono sono una delle più solide ragioni del successo popolare del celebre personaggio
Incredibile! Una replica de Il commissario Montalbano del 2002 ha raggiunto quasi il 16% di share (martedì, Rai1).
Sulla serie, tratta dai racconti di Andrea Camilleri, mi sono espresso (quasi) sempre in termini elogiativi; perciò, mi posso permettere un esercizio retorico di dissimulazione – l’arte di velare il proprio pensiero esibendone l’opposto – mettendo a fuoco alcune incrinature del più celebre commissario della tv italiana.
Il limite più evidente è la reiterazione della struttura narrativa. Molti episodi si dispongono secondo un identico tracciato: ritrovamento del cadavere, indagine apparentemente lineare, deviazioni fuorvianti e, infine, l’intuizione risolutiva del protagonista.
Un dispositivo che, se inizialmente persuasivo, finisce col farsi prevedibile col procedere delle stagioni, attenuando tensione ed effetto sorpresa.
È ciò che si definisce «sequenza formulaica»: la nuotata mattutina, il battibecco con Livia, il pasto silenzioso da Enzo, l’illuminazione conclusiva. Una stabilità rassicurante che, però, trattiene la serie da una piena evoluzione stilistica.
Altro punto critico è l’eccessiva idealizzazione del protagonista. Montalbano si impone come




