
di Aldo Grasso
La serie dimostra che, nonostante le piattaforme, abbiamo bisogno di ciclicità
Il ritorno dei «Cesaroni» sugli schermi non è solo un’operazione nostalgia (o retromania o usato sicuro), ma un caso esemplare di come la tv generalista gestisca il concetto di tempo. Se la vita umana segue una «freccia» lineare — segnata purtroppo dalla scomparsa di figure come Antonello Fassari — la tv risponde con la ciclicità. Il ritorno alla Garbatella rappresenta l’«eterno ritorno dell’identico»: la bottiglieria e la casa non sono solo set, sono bussole emotive che offrono rassicurazione in un mondo che cambia (Canale 5).
Nati come localizzazione del format spagnolo «Los Serrano», i «Cesaroni» hanno saputo evolversi da semplice commedia familiare a testo convergente. La forza del brand risiede nella capacità di bilanciare: il maschile contro il femminile, la romanità verace contro il resto del mondo, lo scontro generazionale contro il «volemose bene».
La settima stagione, composta da dodici episodi, diretta e interpretata da Claudio Amendola, segna un passaggio cruciale: la serie non si limita a replicare lo schema del passato, ma evolve il concetto di famiglia trasformandolo da «nucleo di sangue» a «comunità di affetto», affrontando sfide economiche e




