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Confalonieri: «Berlusconi mi manca. Sapeva creare squadre vincenti. La leadership non è un’eredità»

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di Francesco Verderami

Il ricordo a tre anni dalla scomparsa del fondatore di Forza Italia

«Eppoi ha fatto grande il Milan, che senza di lui è finito com’è finito». Le rare volte in cui Fedele Confalonieri si lascia andare a parlare di Silvio Berlusconi, cita sempre l’epopea calcistica del Cavaliere. E non lo fa per sviare il discorso ma per dare l’idea della «genialità» dell’amico di una vita.

Perché è tremendamente più difficile mettere d’accordo undici giocatori in campo e trasformarli nella squadra più vincente della storia del calcio, che mettere insieme undici milioni di elettori nelle urne. E attraverso questo paradosso «Fidel» fa capire cosa manchi di Berlusconi oggi. Cosa manca agli altri. A lui invece manca altro. Da tre anni è l’erede unico delle memorie del loro sodalizio, e ritiene che il miglior modo per onorarlo sia «il silenzio»: «Tengo per me il mio Silvio», dice serrando la cassaforte dei ricordi.

Da quando lo ha salutato ha smesso di offrirsi in pubblico, «perché sono vecchio e perché non c’è più lui». Se non fosse per il pianoforte, che suona ormai a memoria, lo descrivono disamorato, distaccato, distante malgrado le sollecitazioni. «Appartengo a un’altra

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