
De Palma, segretario Fiom: «Il contratto nazionale e la contrattazione di secondo livello sono gli interventi necessari per ridurre le diseguaglianze»
Il divario di genere non solo persiste, ma diventa strutturale, attraversa l’occupazione, la qualità dei contratti e soprattutto le retribuzioni. E nonostante la tutela del contratto nazionale, il gap salariale continua a ricomparire nelle voci accessorie, quelle più discrezionali.
È la fotografia scattata dalla Fiom-Cgil sul lavoro nelle aziende metalmeccaniche italiane nel biennio 2024-2025, un settore che cambia, ma troppo lentamente. Le donne sono appena il 21,5% della forza lavoro: il 17,5% tra i dirigenti, il 23,1% tra i quadri, il 30,5% tra gli impiegati e solo il 12,2% tra gli operai.
Il divario salariale
Il part-time è uno dei segnali più evidenti e riguarda solo l’1,3% degli uomini, ma sale al 12,2% delle donne. Una forbice che rimanda direttamente ai carichi familiari e che incide sulla progressione di carriera e sulle retribuzioni. Anche il lavoro agile segue la stessa dinamica: lo utilizza il 23,5% degli uomini e il 37,1% delle donne.
Ma il nodo centrale resta il salario. Nel 2025 il gender pay gap si attesta al 12%, con 44.985 euro di retribuzione media annua degli uomini contro i 39.584 euro di quella




