
di Marta Blumi Tripodi
A sorpresa Elodie, ex del rapper milanese, canta con lui «Niente canzoni d’amore». Anche Sfera Ebbasta e Rame ospiti del cantante, che ai ragazzi delle strade in cui è cresciuto dice: «Trasdformate la rabbia in energia».
I fan dell’hip hop della prima ora hanno familiarità con il termine block party, il pubblico generalista (tra cui buona parte dei fan di Marracash, ormai talmente trasversale da avere recentemente raggiunto il traguardo del disco di diamante per il suo album «Persona») un po’ meno. Non si tratta di un classico concerto, ma di una festa di strada più rustica e genuina, nel solco dell’hip hop delle origini. Niente scenografie mastodontiche, effetti speciali o grandi proclami, insomma: solo un microfono, un giradischi e poco altro. Negli anni ‘70, infatti, i primi esperimenti di rap, writing, djing e breakdance nascevano proprio così, durante alcune feste all’aperto all’ombra dei casermoni del Bronx. Spesso erano eventi auto-organizzati e pubblicizzati tramite il passaparola, non per scelta ma per necessità, perché nell’industria dello spettacolo nessuno voleva investire in una sottocultura fino ad allora sconosciuta. Un po’ come accadeva in Italia fino a pochi anni fa, a ben guardare. Forse anche questo




