
C’è un episodio particolare che riassume la sua filosofia di vita?
Due sere prima del suo ultimo incidente eravamo in pista a Varano con due handbike. Lui mi diede due giri di distacco su tre. Gli dissi che era ovvio: “Tu sei un campione olimpico”. Mi rispose, numeri alla mano, che il mio vero handicap non era la mancanza di allenamento, ma il fatto di portarmi dietro 40 kg di gambe che non mi servivano a nulla. Per lui il concetto di “handicap” era nella nostra testa: non pensava mai a ciò che gli mancava, ma solo a ciò che aveva.
Parlando di sicurezza nel motorsport, quanto ha influito la drammatica esperienza di Zanardi sull’evoluzione tecnica delle vetture?
Il suo incidente del 2001 al Lausitzring ha rivoluzionato il nostro modo di progettare le auto; ad esempio, abbiamo introdotto i pannelli di Xylon sulle fiancate. Circa dodici anni dopo, accadde un incidente simile a Sonoma, nel quale il pilota uscì illeso. Alessandro mi chiamò e mi disse: “Allora è servito a qualcosa il mio incidente…”. Un ricordo che mi commuove ancora oggi.
Qual è l’eredità più importante che Alessandro ci lascia?
Alessandro teneva moltissimo al fatto che le attività che aveva impostato andassero avanti




