Negli ultimi dieci anni la vigna ha imparato a salire, per necessità più che per moda. Il cambiamento climatico, con il surriscaldamento dei suoli e dell’aria e la siccità, pone sfide che difficilmente sono affrontabili con strumenti vecchi e tradizioni ferree, non solo durante la vendemmia. E mentre si discute di modifiche ai disciplinari e novità agronomiche, il mondo vitivinicolo vede innalzarsi le quote delle aree più desiderabili – dalla pianura alla collina, dalla collina alla montagna. Un trend generalizzato, anche se bisogna sempre considerare una cosa: se “altezza fa mezza bellezza”, spostarsi in quota non basta. Le esposizioni, i suoli, la ventilazione, la presenza (o drammatica assenza) di acqua sono fattori cruciali. E poi coltivare terrazzamenti come in Valtellina o sull’Etna, comunque, non è da tutti.
La spinta verso l’alto
«Negli ultimi dieci anni – sintetizza l’agronomo Adriano Zago, che accompagna colture in diverse denominazioni italiane – è stato facilmente osservabile come la viticoltura abbia cercato di andare verso l’alto per rispondere ai grandi quesiti posti dai cambiamenti climatici: cercare maggiore freschezza, notti più fredde, una migliore disponibilità di acqua». La quota è diventata una risposta al caldo: dove prima la vite faticava a maturare, oggi trova l’equilibrio che la




