
di Giorgio Bernardini
I partiti alla prova del post-commissario e di una città al bivio
Da faro a punto fragile: è l’economia, quindi il lavoro, a pesare sul futuro della più grande città toscana chiamata alle urne fra una settimana. Fuori dal centro storico, tra gli stradoni delle frazioni e i capannoni del Macrolotto, l’aria continua a odorare di vapore, stoffa tagliata e caffè nei bicchieri di plastica. Ma qualcosa si è inceppato. La mappa invisibile che per decenni ha guidato la capitale europea del tessile oggi non orienta più. Lo raccontano i volti di chi non considera più il posto fisso nel tessile una garanzia. Lo raccontano i silenzi e le rivendicazioni degli operai stranieri del fast fashion, esclusi dalla partecipazione politica, visto che molti non possono votare perché stranieri.
Una città divisa in due
La fotografia più nitida della crisi arriva dal recente rapporto Irpet, che descrive una Prato divisa in due mondi: da una parte il tessile tradizionale che perde pezzi e dimensioni, dall’altra il «pronto moda», il sistema a trazione cinese che negli ultimi anni ha corso a velocità impressionante e che oggi mostra i primi segnali di affanno.
Se una volta




