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Rubio a Roma da Meloni e Tajani: tentativo di dialogo, ma le distanze restano. Da Hormuz alle basi, i «paletti» del governo

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di Simone Canettieri

E la minaccia di ritiro delle truppe è rimasta sospesa

Classica divisione dei ruoli. A Tajani il compito di glissare (dove è stato possibile), a Meloni quello di essere «franca», «senza fronzoli» e «molto diretta» in difesa «dell’interesse nazionale» senza «inficiare l’unità dell’Occidente». Appena il segretario di Stato Usa Marco Rubio ha lasciato Villa Madama, il ministro degli Esteri ha telefonato alla premier per fare un rapido punto sull’incontro appena terminato.

Un’ora di discussione nel corso della quale il titolare della Farnesina non ha mancato di far notare all’ospite — in spagnolo e senza traduttori — l’«erraticità» in politica estera di Donald Trump, passando anche per i suoi modi non proprio diplomatici con gli alleati, a partire dall’Italia. «Il presidente lo conoscete, è un uomo di business, è abituato a essere veloce e diretto», è stata la difesa d’ufficio di Rubio. Che in entrambe le occasioni sottolineerà la preoccupazione dell’amministrazione americana per la crisi dello Stretto di Hormuz, tanto che per l’Iran è «come possedere un’arma atomica».

Meloni ha ricevuto Rubio con la scontata consapevolezza che ormai con Trump — non con l’America — è meglio che i rapporti siano lineari e

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