L’Etna, il vulcano più attivo d’Europa, custodisce ancora oggi un segreto: nessuno sa davvero, esattamente, come si sia formato. A provarci ora è un gruppo di ricercatori dell’Università di Losanna (UNIL), con uno studio che potrebbe raccontare molto meglio la sua storia riaspetto a quanto fatto finora.
Un gigante fuori categoria
Per capire l’Etna, bisogna partire dalle basi. I vulcani nascono quando una porzione del mantello terrestre si fonde in magma, risale e solidifica in superficie. La scienza ha finora identificato tre grandi famiglie: i vulcani che si formano lungo le dorsali oceaniche, dove le placche tettoniche si separano; quelli nelle zone di subduzione, dove una placca scivola sotto l’altra trascinando acqua che abbassa il punto di fusione del mantello — come accade per il Monte Fuji e infine quelli da “hotspot”, alimentati da pennacchi di mantello insolitamente caldo, che hanno dato vita alle Hawaii o all’isola della Réunion.
L’Etna non appartiene a nessuna di queste categorie. Sorge vicino a una zona di subduzione, ma la sua composizione chimica assomiglia a quella dei vulcani da hotspot — pur non essendoci alcun hotspot nelle vicinanze. Un’anomalia che da decenni lascia perplessa la comunità scientifica.




