di Massimiliano Jattoni Dall’Asén
Nuovi corridoi terrestri: Arabia Saudita ed Emirati stanno aggirando Hormuz e ridisegnando le rotte del commercio
Per anni il Golfo Persico è sembrato la rappresentazione perfetta della globalizzazione contemporanea: veloce, efficiente, compressa dentro poche arterie marittime da cui transitava una quantità smisurata di petrolio, gas, fertilizzanti, container, automobili, derrate alimentari. Tutto calibrato al millimetro. Tutto ottimizzato.
Poi è arrivata la guerra. E all’improvviso, nel cuore della penisola arabica, sono ricomparsi i convogli. Non le antiche carovane dei cammelli, naturalmente, ma file di migliaia di camion pesanti che attraversano il deserto giorno e notte caricando container, prodotti chimici, metalli industriali e beni di consumo tra il Golfo di Oman e il Mar Rosso. Un ponte terrestre improvvisato che cerca di aggirare lo Stretto di Hormuz, il passaggio da cui transitava circa un quinto del petrolio mondiale e che il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele ha trasformato in una delle aree più instabili del pianeta.
L’immagine che ha colpito il mondo in queste settimane è quella delle petroliere ferme. Ma sono ancora più significative quelle delle code di tir davanti ai porti orientali degli Emirati Arabi Uniti, dei magazzini prefabbricati montati




