La nuova capodelegazione azzurra è stata una delle grandi della scherma italiana: già leader nel gruppo azzurro, dopo aver riposto l’arma ha scoperto la politica sportiva
Giornalista
9 agosto – 09:11 – MILANO
Atlanta, 22 luglio 1996. Secondo turno del torneo olimpico di fioretto. Un urlo scuote la sala F del mastodontico Georgia World Congress Center. Non è un urlo di gioia, bensì di dolore. E fa il giro del mondo. Diana Bianchedi stramazza al suolo. Una torsione innaturale del piede destro, durante l’assalto con la cinese Wang Huifeng. Il tac è secco, e lei capisce subito: il tendine d’Achille si spezza. Ma Diana non vuole uscire così. “Alzatemi”, ordina allo staff sanitario azzurro. Si rialza, stringe i denti, tira quasi da ferma, ma da 7 a 7 vince 15 a 8. Poi sì che si arrende, è inevitabile. E la seconda Olimpiade, nel momento migliore della carriera, lei che strizzava l’occhio alla medaglia pure nel torneo individuale, finisce lì. Ma non la sua storia in pedana, che le riserverà altre gioie, sino alla rivincita olimpica col secondo oro a squadre, a Sydney, e




