di Alessandro Sala
Le sue parole si sono rivelate una profezia autoavverante: è stato caricato da un pachiderma durante un safari naturalistico che stava guidando. Aveva una pistola ma non ha sparato all’animale
Aveva spesso detto che piuttosto che sparare un elefante avrebbe preferito essere ucciso dallo stesso elefante. E così è avvenuto. Quanto meno questa è la suggestione che emerge dopo la notizia della morte di Gary Freeman, 65 anni, una vita dedicata ai safari e ad accompagnare turisti e appassionati naturalisti sui sentieri della wilderness africana. Prima seguendo le orme del suo mentore, Clive Walker, che sotto l’egida del Wilderness Trust of Southern Africa aveva iniziato negli anni 70 a creare sentieri studiati ad hoc per l’osservazione diretta e ravvicinata della macrofauna carismatica della savana, di cui l’elefante è indubbiamente uno degli esemplari più rappresentativi; e poi dagli anni Novanta con l’agenzia che porta il suo nome e che gestisce anche la riserva privata Klaserie, in Sud Africa, nella zona del Parco Kruger, che comprende anche i Lowveld Trails, la rete di percorsi ideata da Walker. Aveva grande successo nel suo lavoro e cercava di trasmettere ai visitatori lo spirito dell’appartenenza a quel territorio, in cui l’uomo




