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La rivoluzione dei menu: addio alle parole fuorilegge come “artigianale” e “fatto in casa”

C’è una scena del Regista Camillo Mastrocinque girata nel 1956 entrata nella storia del cinema italiano in cui Totò e Peppino De Filippo, seduti a un tavolino, dettano la celebre lettera alla “malafemmina”. Un susseguirsi di parole enfatiche, frasi fumose e punteggiatura creativa costruite più per impressionare che per comunicare davvero qualcosa. In molti menu della ristorazione contemporanea capita spesso qualcosa di simile: descrizioni evocative, richiami territoriali generici, termini suggestivi e aggettivi utilizzati come strumenti di marketing. Fino a ieri era considerata semplice comunicazione commerciale. Con l’entrata in vigore della Legge n. 75/2026, invece, certe formule rischiano di trasformarsi in contestazioni per “commercio con segni mendaci” o frode in commercio, con possibili ricadute anche sul piano della responsabilità organizzativa prevista dal D.lgs. 231/2001.

In molti menu della ristorazione contemporanea capita di trovare descrizioni territoriali generiche e termini suggestivi. Un po' come nella lettera di Totò e Peppino alla malafemmina In molti menu della ristorazione contemporanea capita di trovare descrizioni territoriali generiche e termini suggestivi. Un po’ come nella lettera di Totò e Peppino alla malafemmina

In molti menu della ristorazione contemporanea capita di trovare descrizioni territoriali generiche e termini suggestivi. Un po' come nella lettera di Totò e Peppino alla malafemmina In molti menu della ristorazione contemporanea capita di trovare descrizioni territoriali generiche e termini suggestivi. Un po’ come nella lettera di Totò e Peppino

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