
di Paolo Mereghetti
La lotta tra fantasia e tecnologie: storie che si incrociano (e si ripetono)
Sono passati trentun anni da Toy Story, il primo lungometraggio in animazione digitale della storia. Oggi i progressi della tecnologia lasciano a bocca aperta (bastano i primi minuti di Toy Story 5, con una schiera di Buzz Lightyear ultratecnologici abbandonati su un’isola deserta, per accorgersene), ma il nodo alla base di tutto è sempre quello: la lotta tra la fantasia (e i «giochi» che la possono stimolare) e l’arrivo di nuove forme di divertimento che sembrano poterne fare a meno.
Della fantasia e naturalmente della creatività infantile. Nel ’95 era Buzz, l’astronauta elettronico con cui il piccolo Andy pensava di mandare in pensione il pupazzo cowboy Woody, oggi è il tablet che i genitori regalano alla piccola Bonnie per aiutarla a combattere la sua timidezza e che le fa dimenticare tutti i suoi giocattoli, ma la storia è più o meno sempre quella: la novità è destinata non solo a sostituire ma anche a cancellare chi l’ha preceduta.
Una specie di «metafilm», riflessione sulla riflessione più o meno al centro dei film precedenti: che si trattasse di giochi finiti




