
di Aldo Grasso
Se poi lo si confronta con l’analoga proposta britannica condotta da Gary Lineker e soci, c’è davvero da impallidire
Mi sia perdonata la scortesia di fare nomi e cognomi, esercizio
sempre un po’ sgarbato, ma qui non è questione di anagrafe, bensì di archeologia culturale. Chi si sintonizza sul prepartita dei Mondiali targato Rai viene colto non tanto da una benevola nostalgia, quanto da un brivido di anacronismo editoriale.
Il salotto guidato da Paola Ferrari, con il supporto di Simona
Rolandi, Paulo Roberto Falcao e Marco Tardelli, fluttua in una bolla temporale impermeabile agli ultimi anni di evoluzione del linguaggio tv. Muovendosi tra quelle forti luci d’ordinanza e quell’inamovibile scrivania, sembra di assistere a un miracolo di conservazione. E dire che credevo superata la stagione dei dogmi da bar dello sport. Invece, eccole lì, pronunciate con la gravità di un Nobel, le immortali massime: «Il calcio non è matematica», «È il campione che fa la differenza» o il geometrico «Se De Bruyne gira, gira tutta la squadra».
Più che un’analisi tattica, una seduta spiritica.Quello studio, quelle luci, quella scrivania: il problema principale non risiede nella competenza dei singoli (anche), ma nel format:




