di Isidoro Trovato
L’analisi di Ferruccio de Bortoli sul rapporto fra Stato e mercato con i nuovi equilibri mondiali: più mano pubblica nelle aziende private può funzionare per chip e difesa, ma la concorrenza va salvaguardata
In un mondo in cui le regole della Finanza e del commercio mutano con eccezionale rapidità, come si regola l’intervento dello Stato? E quanto può condizionare il libero mercato? Parte da questo interrogativo la consueta analisi di Ferruccio de Bortoli su L’Economia, in edicola lunedì con il Corriere della Sera. A un anno dall’ingresso dell’amministrazione Usa con il 10% in Intel, che fece scalpore, gli equilibri sono cambiati. Il modello neoliberale occidentale si è ancor più indebolito. E mentre l’Europa deve proteggersi da Paesi commercialmente aggressivi, come la Cina o gli stessi Stati Uniti, parlare di partecipazioni dei governi nelle imprese private non è più un tabù. Anzi: in settori come il militare o i semiconduttori è una scelta necessaria. Il problema è mantenere un buon livello di competizione fra le aziende, utile allo sviluppo e favorevole al potere d’acquisto dei cittadini, allontanando il rischio di una virata autarchica. Un passo possibile è rafforzare l’euro, renderlo pienamente digitale. Ma per l’Italia, in




