
di Federico Fumagalli
Alla 42esima edizione del Premio nazionale di narrativa, la dedica dell’autore alla zia venuta a mancare. Rosa Matteucci e Monica Guareschi seconde a parimerito
Non sorprende sia considerato un cavallo su cui puntare, nel corso della lunga estate — calda e spesso combattuta — dei riconoscimenti letterari. «Lo sbilico» (Einaudi) di Alcide Pierantozzi trionfa alla 42esima edizione del Premio nazionale di narrativa Bergamo, dopo avere già vinto il Wondy e il Valle d’Aosta, e in attesa di sapere se riuscirà a entrare nella cinquina dei finalisti allo Strega. La conquista del tappone bergamasco, di certo è un viatico di prestigio. «Ringrazio tutti, sono onorato. Questo è un premio molto prestigioso, basta andare a vedere la sua storia. Lo dedico a mia zia, venuta a mancare venerdì. Si chiamava Giuseppina», dice il vincitore, applauditissimo.
«Lo sbilico» ha una forte matrice autobiografica. L’autore abruzzese, classe 1985, racconta il proprio malessere psicologico, con talento e coraggio in pari misura: «Ho scritto questo libro in una condizione di precarietà psichiatrica anche peggiore dell’attuale, senza freni inibitori. Forse sono state le medicine a togliermeli. Penso mancasse il racconto di un certo tipo di medicalizzazione psichiatrica». L’opera, di maggiore impatto




