di Giuliana Ferraino
L’appello agli imprenditori ricorda i «capitani coraggiosi» chiamati nel 2008 a salvare la compagnia di bandiera. Ma né l’italianità degli azionisti né la presenza dello Stato possono sostituire un solido piano industriale
L’appello del ministro Adolfo Urso agli imprenditori italiani perché scendano in campo per l’ex Ilva riporta alla memoria un’espressione rimasta nella storia delle crisi industriali italiane: i «capitani coraggiosi». Così Silvio Berlusconi definì nel 2008 la cordata chiamata a salvare Alitalia e a mantenerla italiana. Sappiamo come andò: la parte buona della compagnia passò ai privati, una quota consistente del conto rimase allo Stato e, dopo pochi anni, fu necessario cercare un altro salvatore. Neppure Etihad, entrata nel 2014 con il 49%, riuscì nell’impresa. Nel maggio 2017 Alitalia tornò in amministrazione straordinaria.
Le analogie con l’ex Ilva sono evidenti, ma non devono nascondere le profonde differenze tra le due crisi. Diversi sono i settori, i tempi e le possibili conseguenze. Un’acciaieria non è una compagnia aerea e Taranto porta sulle spalle un’emergenza ambientale e sanitaria che Alitalia non aveva. Eppure, le due agonie industriali sono unite da un copione fin troppo familiare: denaro pubblico versato a più riprese, migliaia di lavoratori sospesi




