
di Luca Goffi
Il reperimento degli introiti proviene da tesseramento degli iscritti, contributo degli eletti e donazioni volontarie. La Lega la più attenta a tenere traccia dei finanziamenti, il Pd prevede un contributo alla sottoscrizione di ogni candidatura
A denti stretti, quasi tutti i politici lo ammettono: l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti ha reso più complicata la pianificazione dell’attività sul territorio. Da decenni le tesorerie devono avallare con attenzione le spese perché le iniziative, la propaganda e l’affitto delle sedi si devono sostenere con le risorse in cassa.
Nei partiti tradizionali, la strategia per il reperimento degli introiti verte principalmente su tre fattori: la campagna di tesseramento dei propri iscritti (c’è una quota associativa), il contributo degli eletti nelle istituzioni e le donazioni volontarie. Le modalità in cui reperire queste risorse variano in ogni soggetto politico. C’è chi si autoregolamenta con delle norme interne, chi si affida alle consuetudini e chi richiede degli sforzi-extra nei periodi di difficoltà.
Va da sé che, più è alta la partecipazione alla comunità politica, più è semplice ammortizzare le spese. Proprio per accrescere il numero dei militanti, da qualche anno, ormai, tutti i partiti si sono adeguati alla



