di Luca Angelini
La Cina sta diventando il Paese che fornisce beni e servizi della vita quotidiana perché la maggior parte dei prodotti americani è fuori dalla portata dei consumatori comuni. Ma fino a quando?
Già anni fa, l’Economist aveva fatto notare che, nonostante la sua straordinaria crescita economica e geopolitica, la Cina ha un problema con il soft power, ossia con la capacità di farsi non soltanto temere (hard power) ma ammirare, a livello culturale e di immaginario. Quel potere che gli Stati Uniti hanno accumulato in abbondanza grazie a Hollywood, alla musica, all’american way of life, all’immagine di terra promessa capace di offrire un’opportunità a tutti (oggi un po’ meno). Quello della Cina, segnalava il settimanale britannico, era piuttosto uno sharp power, il tentativo di influenzare e manipolare le opinioni pubbliche all’estero in modi in genere poco trasparenti, non di rado subdoli e qualche volta ricattatori (si pensi alle ritorsioni contro chi dà spazio al Dalai Lama, parla degli uiguri o di altri argomenti non graditi a Pechino).
La percezione all’estero
Lo ricordano, in un intervento su Foreign Affairs, anche Lizzi C. Lee, esperta di economia cinese del Policy Institute’s Center for China Analysis dell’Asia




