
di Chiara Barison
Dopo oltre tre anni di blocchi burocratici, il film di Honey Trehan è arrivato su una piattaforma di streaming per essere rimosso dopo meno di 48 ore. Il governo indiano ne ha ordinato il divieto di proiezione, sostenendo che rappresenti una minaccia per la sicurezza nazionale
In principio doveva chiamarsi «Ghallughara» (grande distruzione, olocausto), un termine che nella tradizione sikh evoca le grandi stragi subite dalla comunità. Poi è diventato «Satluj», dal nome del fiume che attraversa il Punjab. Ma il cambio di titolo non è bastato a salvarlo dal veto della censura indiana. Dopo oltre tre anni di blocchi burocratici, il film del regista Honey Trehan è arrivato su una piattaforma di streaming per essere rimosso dopo meno di 48 ore. Il governo indiano ne ha ordinato il divieto di proiezione, sostenendo che rappresenti una minaccia per la sicurezza nazionale.
Per Trehan si tratta del film sul quale lavorava da anni e che ha un forte significato personale. Cresciuto nel Punjab, ha assistito agli effetti della repressione con cui lo Stato indiano soffocò il movimento separatista sikh tra gli anni Ottanta e Novanta. Il bilancio fu di migliaia persone scomparse, assassinate e cremate




