
di Marco Imarisio
L’opposto delle privatizzazioni anni ’90: i ricchi devono sostenere lo Stato con donazioni più o meno volontarie. Pena la fine dei loro imperi
La guerra deve essere finanziata, con le buone o con le cattive. La seconda opzione è quella più praticata, perché Vladimir Putin certe richieste le fa una volta sola. Alla fine dello scorso marzo, al termine del congresso della Confindustria russa, il presidente ha tenuto un incontro a porte chiuse con gli imprenditori più importanti, quelli che noi definiamo da tempo come oligarchi. Secondo una inchiesta del sito indipendente The Bell, poi confermata anche da altri media più allineati, dopo aver ribadito di voler arrivare «fino ai confini del Donbass», Putin ha proposto ai presenti di versare contributi volontari da destinare al bilancio di Stato.
Il banchiere e il re dell’alluminio
Non c’è da sorprendersi se Suleiman Kerimov, il re delle ristrutturazioni industriali nonché 127esimo uomo più ricco del mondo, abbia aderito su due piedi alla richiesta promettendo di versare cento miliardi di rubli, oltre un miliardo di euro, seguito a ruota dal banchiere Vladimir Potanin, 55esimo nella classifica dei Paperoni. E da Oleg Deripaska, re dell’alluminio che all’inizio della guerra aveva




