C’è una scena memorabile, in Miseria e nobiltà, il capolavoro cinematografico del 1954 tratto dalla commedia di Eduardo Scarpetta, in cui un famelico Totò e la sua famiglia si buttano a mani nude su una fiamminga di spaghetti al pomodoro fumanti, arrivando a mettersi i maccheroni persino in tasca. In quel preciso fotogramma non c’è solo la fame atavica del dopoguerra; c’è la nascita di un’icona sensoriale.
È la stessa iconica sequenza che richiamo nel mio libro A tavola con l’arte culinaria al teatro e al cinema per spiegare come l’alchimia teatrale e lo schermo d’autore generino magici gusti e sapori. Se chiedessimo a uno storico dell’economia puro come Alberto Grandi di analizzare quella scena, ci direbbe – registri e tabelle alla mano – che in quell’epoca l’italiano medio consumava ancora pochissimi primi piatti e che la “tradizione” dello spaghetto quotidiano per tutti è una narrazione consolidata solo nei decenni successivi. Da economista di formazione, capisco perfettamente quel linguaggio: è la fredda cronaca dei flussi doganali e dei bilanci di spesa.
La scena di Totò diventa l’esempio di come cinema e teatro costruiscano l’immaginario della cucina italiana
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