di Ferruccio de Bortoli
Dopo il referendum, il governo mostra segnali di tensione: sulla partita delle nomine nelle authority, il confronto interno misura la tenuta politica e il rapporto tra merito, potere e mercato
Uno dei misteri politici del momento è come abbia fatto una maggioranza di governo, che si è vantata, giustamente e a lungo, di essere la più stabile in Europa, a disunirsi in maniera così clamorosa dopo il voto referendario del 23 marzo. Le possibili spiegazioni sono numerose. Smentendo una celebre frase di Giulio Andreotti, il potere logora anche chi ce l’ha, specie se gode di un’opposizione in ordine sparso. Chi governa si adagia, si illude di bastare a sé stesso, si inebria di sondaggi, nutre l’hybris.
La superbia è una brutta bestia. E allora il termometro del malessere non è tanto nelle dimissioni, più o meno forzate, di ministri e sottosegretari, quanto nell’incertezza delle nomine nelle società controllate o partecipate. Tra gli esempi, il caso Leonardo che vede il licenziamento di chi ha quadruplicato il valore del gruppo e la spiacevole coda della presidenza dell’Eni ridotta a ripiego di circostanza. In Italia non c’è un commissioner, come nella normativa britannica, che giudichi la




