di Massimiliano Jattoni Dall’Asén
Sulla scia della stretta di UniCredit, i casi delle imprese che riducono il lavoro da remoto: tre accordi sindacali e due trattative aperte. Eppure il 14% delle grandi organizzazioni amplia lo smart working, contro l’8% che lo restringe
Durante la pandemia era diventato una necessità. Poi un’abitudine, per milioni di lavoratori. Adesso lo smart working torna a essere terreno di scontro tra aziende e sindacati. La stretta decisa da UniCredit è soltanto l’ultimo capitolo di una partita che coinvolge numerose imprese, intenzionate a riportare i dipendenti in ufficio dopo anni di lavoro da remoto. Una partita che, in alcuni casi, si è già conclusa con un compromesso. In altri è ancora tutta da giocare.
In Capgemini Italia, società di consulenza tecnologica, la vertenza è cominciata nella primavera del 2025, quando l’azienda ha proposto di ridurre le giornate da remoto, imponendo inizialmente dodici rientri mensili. Dopo oltre quattro mesi di trattative e mobilitazioni, nel luglio dello stesso anno è stato raggiunto un accordo approvato dall’80% dei dipendenti votanti. Il compromesso prevede almeno sei giornate in presenza al mese, senza vincoli settimanali, con agevolazioni per chi vive lontano dalla sede e per chi ha figli




