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Dalla pasta di Alberto Sordi ai menu narrativi: come raccontare il cibo attraverso cinema e teatro

C’è una scena della nostra storia cinematografica che, da sola, spiega la demoetnoantropologia (DEA) culinaria meglio di un intero manuale universitario, svelando la potenza del nostro patrimonio identitario. È il 1954: Alberto Sordi, nei pennesi di Nando Mericoni in “Un americano a Roma”, scruta con disprezzo un piatto di latte e senape, scimmiottando un’America ideale e modernista. Bastano pochi secondi di gag per capitolare davanti alla verità profonda del territorio: «Maccarone, m’hai provocato e io ti distruggo adesso… Io me te magno!». In quel preciso istante, lo schermo metteva in scena un gigantesco fatto antropologico: il rifiuto di un’identità gastronomica artificiale in favore del ritorno alle proprie radici. Questa dinamica ci dimostra che il cibo in Italia non è mai solo nutrizione o tecnica; è il primo e più potente veicolo della nostra grande tradizione culturale. Una tradizione che unisce la cultura popolare, l’etnologia e lo studio dell’uomo, e che merita di essere codificata sotto un nuovo paradigma divulgativo: l’Ulinaria.

Dalla pasta di Alberto Sordi ai menu narrativi: come raccontare il cibo attraverso cinema e teatro In Un americano a Roma (1954), Alberto Sordi nei panni di Nando Mericoni: il celebre richiamo ai maccheroni racconta il legame profondo tra identità gastronomica, cultura popolare e radici italiane

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