di Walter Riolfi
Il rialzo obbligazionario sta facendo, in parte, il lavoro delle banche centrali. Con uno scenario inedito per gli Stati Uniti, costretti a fare i conti con le richieste di investitori privati sempre più esigenti
Com’è possibile avere una borsa così resistente e che oscilla da mesi poco sotto il massimo storico, con il rendimento dei Treasury al massimo dal luglio 2001, l’inflazione prossima al 4%, la Fed che potrebbe alzare i tassi tre volte entro giugno 2027, il petrolio saldamente sopra i 100 dollari, il costo della benzina cresciuto del 40% in un anno e del 72% quello del diesel? Questo si chiedevano fino a pochi giorni fa gli operatori americani con gli analisti di Rbc ad argomentare che l’aumento dei rendimenti cominciava a «pesare sugli asset rischiosi», ossia sulle azioni.
Ma, a inizio ottobre, gli investitori avevano già, paradossalmente, risolto il problema: comprare tutti i titoli di Wall Street, specie quelli dei Magnifici 7, dei semiconduttori e quelli in qualche modo legati all’Intelligenza artificiale. L’S&P è cresciuto del 2,2% in quattro sedute, il Nasdaq del 2,7%, entrambi a nuovi massimi.
Ma quanto male fa alle borse il rialzo dei rendimenti dei titoli di




