Modificare le etichette chimiche attaccate al DNA senza però alterare la sua sequenza originale: è questo, in sintesi, l’obiettivo dell’editing epigenetico, un’evoluzione della terapia genica che possiamo immaginare come una sorta di interruttore molecolare, capace di attivare o silenziare l’espressione di un gene senza modificare il genoma in modo permanente.
Ora questa tecnica è stata impiegata per spegnere l’attività genica del virus dell’epatite B, che può rimanere latente nel nucleo delle cellule del fegato e che le terapie farmacologiche non riescono mai del tutto a inattivare.
In studi preclinici, cioè non ancora su pazienti umani, l’editing epigenetico è stato usato per aggiungere gruppi chimici al genoma del virus dell’epatite B nelle cellule infettate, così da silenziare la sua attività genica e impedirgli di produrre nuove proteine virali.
In sostanza è stata spenta l’espressione dei geni virali, senza però tagliare la doppia elica del DNA come si fa con le forbici molecolari CRISPR/Cas9, il metodo di editing del genoma premiato con il Nobel per la Chimica nel 2020 che, in alcuni casi, può dar luogo a riorganizzazioni non corrette dei cromosomi.
La terapia ha dato risultati promettenti in modelli animali, portando a una repressione profonda delle proteine (antigeni) che




