di Gianmaria Marinari
Una testimonianza viva, senza sconti, ma incoraggiante nella giornata mondiali dedicata a questa malattia
L’altra sera parlavo con una persona appena conosciuta. Mi raccontava di essersi addormentata in piedi durante la visita guidata di un museo. «I miei amici mi hanno sempre presa in giro, dicevano che ero narcolettica». Rideva.
Mi capita spesso. Racconto il mio percorso e qualcuno si riconosce in un pezzo: il sonno in classe, la testa che cade sui libri, una stanchezza che non passa mai. E ogni volta noto lo stesso paradosso. La narcolessia è diventata una battuta per chiunque abbia sonno. Poi però, davanti a sintomi veri, nessuno ci pensa, perché l’immagine del narcolettico che abbiamo in testa è completamente sfasata.
A me ci è voluto molto tempo per sapere di essere narcolettico. La narcolessia è rara. I disturbi del sonno invece non lo sono, ma sono sottovalutati: li scambiamo per tratti del carattere, per pigrizia, per una stranezza buffa da raccontare agli amici.
Per questo, nella Giornata mondiale della narcolessia, ho deciso di raccontare la mia storia. Non per suscitare pena: oggi, dopo un percorso tortuoso, conduco una vita normale. La racconto perché chi si riconosce in questi sintomi capisca




