Non potersi affidare ad un canale percettivo porta ad affinare i sensi rimanenti: lo sappiamo da tempo, ma ora uno studio su persone affette da sordità profonda precoce, non udenti dalla nascita o dalla prima infanzia, dimostra fino a che punto il cervello sia in grado di adattarsi a queste assenze e di trarre il meglio da ciò che ha.
La sordità permanente sembra alterare il campo visivo, potenziando le capacità visive alla sua estremità: un risultato che sembra dipendere dalla necessità di affidarsi alla vista anche per identificare situazioni di improvviso pericoloso, non rilevabili attraverso stimoli sonori.
In un articolo pubblicato sulla rivista scientifica PNAS, i ricercatori dell’Università di York, nel Regno Unito, dimostrano come questa riorganizzazione delle risorse neurali avvenga in un punto molto precoce dell’elaborazione visiva, prima ancora che i segnali catturati dalla retina raggiungano la centrale operativa della vista nel cervello. Alla base c’è la plasticità cerebrale, la capacità del cervello di variare funzione e struttura in risposta all’esperienza e ai fini dell’apprendimento, e di compensare o riparare i danni subiti.
Risorse allocate dove più servono
Molti studi precedenti mostrano, a livello comportamentale, come gli individui affetti da sordità precoce




