
La prima incongruenza è di natura temporale, con la politica che agisce “quasi istantaneamente”, a fronte di un ciclo economico di durata pluriennale: “Chi gestisce una flotta deve quindi prendere oggi una decisione sulla base di una regola fiscale o di un obiettivo regolamentare e contemporaneamente attribuire a quella stessa automobile un valore nel 2029 o nel 2030. Il legislatore può cambiare la prima variabile molto rapidamente. La seconda la deciderà il mercato fra quattro anni”.
Evidenti i riflessi sulla domanda, come evidenziato dal crollo del diesel, dall’ascesa delle ibride plug-in e dalla sostanziale stasi dell’elettrico negli ultimi quattro anni. È la dimostrazione che “una modifica della convenienza relativa può cambiare la composizione delle immatricolazioni”.
In tale quadro emerge la seconda incongruenza perché la politica “può orientare il primo acquirente, molto meno il secondo”. Infatti, un’ibrida plug-in “acquistata oggi perché fiscalmente conveniente dovrà essere rivenduta fra tre o quattro anni a qualcuno che non necessariamente godrà dello stesso vantaggio e che sceglierà sulla base del prezzo, della tecnologia disponibile in quel momento e della propria disponibilità a comprare quella determinata alimentazione”. “Quindi il policy maker può accelerare l’ingresso di una tecnologia nel parco, ma non può garantirne il valore all’uscita.




