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A Firenze il pranzo di Babette incontra il galoppo sacro dell’agrifood

Esiste una potenza trasformatrice nel cibo, nell’arte e nel rapporto ancestrale con la terra che va ben oltre il semplice consumo. È la lezione immortale di Karen Blixen (pseudonimo Isak Dinesen), figura che ha vissuto sulla propria pelle il legame tra destino e sacrificio. Le sue colline Ngong, in Kenya, rese immortali da La mia Africa («In Africa avevo una fattoria ai piedi degli altipiani del Ngong»), rappresentano un luogo iconico di bellezza paesaggistica e nostalgia coloniale. Nel suo libro, la Blixen descrive il paesaggio con ammirazione, citando le vette come luogo di sepoltura ideale del suo compagno, Denys Finch Hatton: figura dandy ed esteta, capace di trasformare l’esistenza in opera d’arte. Proprio a questa sensibilità dobbiamo uno dei racconti più profondi sul senso del convivio, Babette’s Feast (noto anche come Il pranzo di Babette), dove l’atto del cucinare si eleva a sacrificio rituale e dono totale.

La copertina del libro “La mia Africa” e quella del film “Il pranzo di Babette” La copertina del libro “La mia Africa” e quella del film “Il pranzo di Babette”

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