Giunti al terzo attentato contro Trump, è naturale il sospetto che ci sia qualcosa in questo personaggio che attira la violenza politica. In parte questo è vero, però non bisogna dimenticare che la violenza politica ha una storia antichissima negli Stati Uniti.
Ricordiamo per esempio che il Novecento si aprì con l’uccisione e l’assassinio di un presidente, William McKinley, e l’omicida in quel caso era un anarchico formatosi nel mondo dell’immigrazione polacca, influenzato dalle idee degli anarchici europei che in quel periodo storico, dalla Russia all’Italia, praticavano e teorizzavano il regicidio.
Ma il precedente storico più interessante oggi è quello degli anni ’60. In America, anni di grandissima violenza politica da tutte le parti: c’era il Ku Klux Klan, che difendeva il segregazionismo razzista negli Stati del Sud, e c’erano le prime forme di lotta armata, terrorismi di estrema sinistra, che poi avrebbero influenzato a loro volta l’Europa. Ma quello che è più interessante degli anni ’60, e di cui tutti ricordano sono i tre assassinii più celebri: i fratelli Kennedy e Martin Luther King.
Ma dietro c’era anche un contesto economico sociale, una guerra molto impopolare: il Vietnam. Ma soprattutto una teoria sulla proletarizzazione dei ceti intellettuali




