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Wall Street e l’Europa, destini divergenti delle Borse tra guerra, euforia e recessione

di Walter Riolfi

Per i grandi investitori statunitensi la guerra è finita a marzo: gli indici sono sempre più su, i big tech macinano performance e gli utili crescono ancora. Così non è nel Vecchio Continente, dove si rischia la recessione

Spiegano i gestori della britannica Nuveen che i mercati sostengono allo stesso tempo due convinzioni contraddittorie: «massimi storici e rischi irrisolti e operano come se solo una delle due avesse importanza». Secondo Alberto Tocchio di Kairos, stiamo assistendo a una «divergenza sempre più evidente tra ciò che i mercati stanno prezzando (…) e ciò che il mondo reale sembra suggerire»: mentre gli investitori scommettono su una rapida normalizzazione, dopo la guerra all’Iran, la realtà appare invece molto più complessa, instabile e foriera di gravi conseguenze nei mesi a venire. 

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Ma i mercati hanno già risolto l’apparente dissociazione: per gli operatori, la guerra è finita il 30 marzo, ancor prima del temporaneo cessate il fuoco annunciato da Trump, e i rischi sono dunque svaniti.  Anche se così fosse, le conseguenze del conflitto si farebbero sentire per lunghi mesi: il prezzo del petrolio potrebbe restare attorno ai 90 $ fino a dicembre, secondo

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