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Una psicosi americana: il grande panico dei data center

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C’è una scena che si ripete, quasi identica, da un capo all’altro degli Stati Uniti: una palestra scolastica o una sala del consiglio comunale gremita, cittadini che si alzano uno dopo l’altro per denunciare il mostro che sta per insediarsi nel loro quartiere. Non un inceneritore, non una centrale a carbone: un data center, cioè un capannone pieno di computer e server che fanno funzionare l’intelligenza artificiale. È successo in Virginia, culla storica dell’industria dei server, ma anche in Texas, in Georgia, in Oregon, nello Stato di New York, in Colorado. Succede tanto negli Stati repubblicani quanto in quelli democratici. Quando destra e sinistra convergono così rapidamente su una stessa paura, vale la pena chiedersi se stiamo osservando un problema reale oppure, come sostiene un numero crescente di analisti americani, quello che i sociologi chiamano un moral panic, cioè una psicosi collettiva, un’ossessione manipolata. L’impatto politico può essere notevole anche sulle elezioni parlamentari di mid-term, fra soli due mesi: i candidati che non si accodano all’ondata di opposizione contro i data center rischiano la sconfitta.

Il concetto merita una spiegazione, perché in Italia non è di uso corrente e una traduzione letterale in «panico morale» sarebbe fuorviante. Fu il sociologo

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