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Un probabile sì che non esclude un anticipo alle urne

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di Massimo Franco

Il governo ostenta sicurezza anche se pone la questione di fiducia e si continua a parlare di un possibile voto a maggio

La richiesta di fiducia sulla riforma elettorale e le minacce di aprire una crisi di governo se non passa appaiono un po’ sorprendenti. Contraddicono le parole tranquillizzanti di esponenti del governo come il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti, di Fratelli d’Italia, secondo il quale «la legge dovrebbe avere un consenso superiore al perimetro della maggioranza». Se questa è la previsione, non dovrebbe esistere il timore che giovedì spuntino franchi tiratori così numerosi da affossare la riforma. È successo nel luglio scorso, quando si votava sulle preferenze. Ma stavolta appare improbabile, perché in quel caso significherebbe la fine anticipata della legislatura. Porre la questione di fiducia sui primi tre articoli da oggi, e sulla votazione finale giovedì sa di mossa preventiva, con un qualche eccesso di preoccupazione.

In questo modo non solo si bloccano le correzioni delle opposizioni, che additano lo «schiaffo al Parlamento» e la «paura di perdere». Si conferma una certa diffidenza nei confronti degli alleati. Tra Forza Italia e Lega serpeggiano malumori mai del tutto rientrati su un

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