
di Paolo Valentino
Del putinismo, Vladimir Soloviev è un aedo senza finezze e senza freni inibitori. Non parla ma vomita. Non discute ma provoca
Quando nell’agosto 2023, Evgenij Prigozhin, celebre oligarca e capo della Wagner, anche conosciuto come «il cuoco di Putin», morì in un incidente aereo in circostanze mai chiarite, Vladimir Soloviev si produsse more solito in un’appassionata difesa d’ufficio del Cremlino: «Noi non siamo una gang. Non siamo la mafia. Non cerchiamo la vendetta come facevano nel Padrino di Mario Puzo. Siamo una nazione basata sulle leggi», urlò nel suo programma-culto.
Erano passati due mesi da quando Prigozhin aveva guidato una ribellione, poi rientrata, contro i capi dell’esercito, accusandoli di corruzione e incompetenza nella gestione della guerra in Ucraina. E il tema della vendetta di Putin era nella mente di tutti. Ma nelle scuse non richieste di Soloviev, colpiva il lapsus del riferimento al Padrino, il codice d’onore che domina il sistema di potere di Vladimir Putin. A volergli trovare un ruolo in quel sistema, Soloviev occupa il posto che nel romanzo e nel film era di Johnny Fontaine, il crooner che cantava a tutti i matrimoni della famiglia Corleone. La differenza è che Soloviev




