di Cristiano Cominotto*
Siamo tutti, ormai, lavoratori senza indirizzo. La domanda è se sapremo scrivere regole all’altezza di questa libertà, prima che la libertà si trasformi in precarietà
Lunedì mattina, ore nove. Una consulente di una grande azienda farmaceutica apre il laptop sul tavolo della cucina, a Sesto San Giovanni. Dall’altra parte dello schermo, il suo responsabile è collegato da un coworking di Lisbona. Il direttore finanziario partecipa alla stessa riunione da un hotel di Singapore, dove si è fermato dopo un viaggio di lavoro che non ha una data di ritorno precisa. La riunione dura quaranta minuti. Nessuno dei tre si chiede da dove parlino gli altri. Nessuno, in quel momento, si chiede nemmeno in quale Paese stia lavorando.
Eppure quella domanda — dove lavori, esattamente — è diventata la più importante del diritto del lavoro contemporaneo. Perché dalla risposta dipende chi paga le tasse, chi versa i contributi, quale legge protegge il lavoratore e quale tribunale è competente se qualcosa va storto. Il problema è che sempre più persone non hanno una risposta chiara. E il sistema non è attrezzato per gestire l’ambiguità.
Il tema è globale
Non è un fenomeno italiano. Da Berlino a Madrid,




