«Ero piccola, anzi piccolissima, quando andai per la prima volta alla Scala. E ci andai da clandestina» ricorda Fernanda Giulini, signora della musica, curatrice di una delle più importanti raccolte di strumenti antichi.
«Quell’11 maggio del ’46, riapertura del teatro dopo i bombardamenti della guerra, i milanesi erano pronti a tutto pur di esserci alla Scala. I miei genitori avevano trovato due biglietti ma, volendo portare anche me, mia madre mi nascose sotto l’ampia cappa di velluto che indossava. E così entrai nel tempio da imbucata. Il resto fu come una favola, il teatro tutto d’oro e velluti rossi, il lampadario gigantesco, quella gente così bella e felice. Che di colpo scattò in piedi e si mise a applaudire all’impazzata. Io che non vedevo niente, non capivo. Mio padre mi issò in groppa e da lassù scorsi sul palco un ometto con i capelli bianchi e una bacchetta con nastrino tricolore. “È Toscanini — mi sussurrò mio padre —. Il direttore più bravo del mondo e un uomo coraggioso”. Quella sera la musica entrò per sempre nella mia vita».
Destino analogo per Pier Luigi Pizzi, celebre regista lirico e di prosa, altro testimone della rinascita della Scala. «Avevo 11 anni ma già




