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Salta all’ultimo il vertice sul petrolio fra l’Iran e gli Stati del Golfo. E il blocco dell’oleodotto saudita mette a rischio il 4% dell’offerta petrolifera mondiale

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di Francesco Battistini

Il ministro degli Esteri omanita: impegnati nel dialogo. La morsa degli Houthi soffoca Riad

DAL NOSTRO INVIATO
TEL AVIV – Era dove passavano le carovane dell’incenso, vietato portare armi. Era dove soffia il monsone — la brezza della pace, dicono i cammellieri — e il deserto diventa verde. Era dove l’Iran dello Scià, negli anni ’70, mandava le truppe a pacificare gli arabi. Sembrava non ci fosse posto più adatto di Salalah, per sedersi e parlarsi. Ma nessuno lo farà: l’incontro che iraniani, sauditi ed emiri del Golfo avevano annunciato per oggi, in Oman, non ci sarà. «Rinviato ad altra data». Decisione last minute, quando le delegazioni erano già arrivate. Il tema del resto era generico: la sicurezza. E l’agenda, urgenze che richiedono più approfondimenti: che fare del rebus di Hormuz, che cos’aspettarsi dagli Houthi? Gl’iraniani l’avevano fatto capire: «Finché la parte americana — dicevano ieri mattina — non accetterà le nostre condizioni, i negoziati saranno inutili». E Donald Trump, a ruota: l’Oman? «Me ne frego, sono affari loro».

Salta il vertice, non il dilemma degli emiri: continuare a fare affari o a combattere? Le Borse o la vita? Coi due Stretti del petrolio quasi

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