di Massimiliano Jattoni Dall’Asén
Il Financial Times riporta un’analisi del Global Trade Alert secondo la quale la volatilità (del 60% superiore ai livelli prebellici) è più dannosa dell’aumento dei prezzi: il risultato sarà una diminuzione globale dei flussi di merci
Il commercio globale non teme il petrolio caro. Teme il caos. È una distinzione meno intuitiva di quanto sembri, ma è probabilmente la chiave più utile per capire ciò che sta accadendo all’economia mondiale mentre la guerra in Medio Oriente continua a scuotere i mercati energetici. Ed è anche la tesi più interessante emersa da un’analisi pubblicata dal Financial Times, basata su uno studio del Global Trade Alert, centro indipendente che monitora commercio e protezionismo internazionale.
Secondo la ricerca, non sarebbe tanto il livello elevato del petrolio a mettere in difficoltà gli scambi globali, quanto la volatilità dei prezzi (che è quasi del 60% superiore ai livelli prebellici). Un mondo in cui il greggio costa molto ma rimane stabile è gestibile. Un mondo in cui il prezzo oscilla violentemente da una settimana all’altra, invece, paralizza decisioni, investimenti, trasporti, assicurazioni, coperture finanziarie. In altre parole: la globalizzazione può convivere con costi più alti. Fatica invece a sopravvivere all’imprevedibilità.




