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Perché il «metodo Carlo Lucarelli» si distingue nel panorama (affollatissimo) dei narcisi del «crime»

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di Aldo Grasso

In un panorama crime dove il delitto diventa pretesto per esibire narcisismi, alimentare sospetti e distribuire patenti di colpevolezza, Lucarelli conserva una qualità rara

Tony Chichiarelli, il grande, misterioso falsario, è uno di quei personaggi che sembrano inventati da uno scrittore con troppa fantasia. Artista, uomo di malavita, frequentatore di mondi opposti, è la figura ideale per «Misteri dimenticati – Blu notte», il programma con cui Carlo Lucarelli torna a esplorare alcuni dei casi che hanno attraversato la storia criminale italiana (Rai3).

La puntata ricostruisce anzitutto l’ascesa del clan dei Marsigliesi, che nella Roma degli anni Settanta introduce una criminalità organizzata, spregiudicata, quasi cinematografica. Poi si concentra su Chichiarelli, la cui vicenda incrocia il sequestro Moro e le zone più opache della Prima Repubblica. Qui il falso non riguarda soltanto documenti e opere d’arte: sembra diventare una categoria dello spirito nazionale, in un Paese dove distinguere la malavita dal potere, la verità dalla messinscena, non è sempre un esercizio agevole.

A rendere interessante il racconto, però, non è soltanto la materia, di per sé fuori dal comune, ma il metodo di Lucarelli.

In un panorama crime sempre più affollato, dove il delitto

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