
di Valerio Cappelli
Penélope Cruz: malore in «La bola negra», si temeva un aneurisma
Si fa perdonare il ritardo, ma le 11 del mattino per una spagnola è come dire l’alba. Dice «ola» e riempie la stanza con i suoi occhi grandi da Bambi, il suo carisma naturale fatto di vulnerabilità e desiderio. È come se illuminasse lo spazio. Bella, ma non fa della bellezza la sua bandiera. Si porta la mano sulla guancia per trovare le parole giuste. Penelope Cruz è in “La Bola Negra” di Javier Calvo e Javier Ambrossi.
Come riassume la storia?
«Direi così. Cosa significa essere omosessuale in Spagna in tre epoche, dalla guerra civile, attraverso esistenze collegate da sessualità, dolore e desiderio, e da un’opera incompiuta di Federico Garcia Lorca?».
Il mondo è pieno di storie d’amore interrate.
«Sì. Il film tocca altri temi importanti, come l’impossibilità e l’inabilità a prendere decisioni, quando dietro hai i condizionamenti del sistema: confessa, sei omosessuale o no? E devi uccidere o no?».
Lei qui è irriconoscibile, le parrucche, i capelli ora neri corvini ora biondi, le sopracciglia disegnate.
«Sono una esuberante soubrette d’avanspettacolo, devo allietare i soldati al fronte; prima della guerra




