
di Valerio Cappelli
Il regista romeno alla seconda Palma d’oro dopo 17 anni. Premiato anche il dissidente russo Zvyagintsev: «Putin fermati»
In una cerimonia segnata dalla tolleranza e dagli appelli alla pace vince Cristian Mungiu per Fjord, alla seconda Palma d’oro dopo quella per il film d’esordio, nel 2007. Ora parla dell’integrazione che collide in Norvegia, e ci interroga su una famiglia del suo paese, la Romania, tradizionale e religiosa nella laicità intollerante del grande Nord: «Il mio film parla dei cambiamenti, è importante che li facciamo anche noi, in queste società così radicalizzate».
Il Gran prix della giuria va a Minotaur del dissidente russo Andrey Zvyagintsev (che inciampa sulle scale), è un affresco del suo paese, corrotto e violento, sullo sfondo della guerra, ma in primo piano c’è un tradimento amoroso risolto in modo sordido, alla Dostoevskij: «Il massacro in Ucraina deve finire e l’unica persona che può farlo è Putin». Ex aequo alla regia: Fatherland di Pawel Pawlikowski, sul ritorno in patria di Thomas Mann nella Germania del dopoguerra: in 1 ora e 22 c’è tutto, Storia, arte, politica, dinamiche familiari; e poi a La bola negra di Javier Ambrossi e Javier Calvo, su cosa




