
di Guido Olimpio e Greta Privitera
I pasdaran non si limitano ad armare Hezbollah: ora lo proteggono
Per anni da Teheran sono partite solo minacce. Gli ayatollah promettevano «risposte schiaccianti» a ogni bomba su Gaza, protestavano per i raid su Hezbollah in Libano, giuravano sostegno agli Houthi in Yemen. Quando però si trattava di esporsi davvero, restavano un passo indietro. Le milizie dell’Asse della Resistenza, celebrate nei comunicati come «fratelli d’armi», nella pratica servivano soprattutto a tenere il fuoco lontano dai confini iraniani.
Da qualche settimana, questo schema sembra essere cambiato. Lo dimostra ciò che è accaduto dopo il raid israeliano su Dahiyeh, quartiere sciita di Beirut. Nelle intenzioni di Israele doveva essere un messaggio lineare: se Hezbollah apre il fronte nord, paga il Libano, non l’Iran. Teheran ha sempre tollerato che fosse così, accettando che lo scontro pesasse sulle spalle degli «amici» che ha sempre finanziato. Oggi va diversamente.
La mutazione
Negli ultimi mesi abbiamo visto gli ayatollah reagire solo dopo bombardamenti su città iraniane, su infrastrutture del Paese o dopo l’uccisione dei loro generali. Stavolta la risposta a Benjamin Netanyahu è arrivata per un raid in Libano, come se Dahiyeh fosse un sobborgo della




