Partiamo da un dato concreto: negli ultimi vent’anni i film studies hanno cominciato a trattare il cibo sullo schermo non come elemento scenografico, ma come strumento narrativo. Lo fanno le riviste accademiche, lo fanno i corsi universitari. Marco Lombardi lo fa dal 2009, quando ha coniato il termine “Cinegustologia” e ha iniziato a costruire un metodo per leggere il cinema attraverso ciò che i personaggi mangiano. “Saporama. Il senso del cibo per un film” (FrancoAngeli, 2026) è il punto d’arrivo di quella ricerca.

La copertina del libro “Saporama. Il senso del cibo per un film”
Il libro è strutturato come un menu: antipasti, primi, secondi, dolci, street food, bevande. Centodieci film analizzati attraverso un singolo alimento o una scena a tavola. Le olive di “The Wolf of Wall Street”, gli spaghetti di “Un americano a Roma”, il cheeseburger di “Pulp Fiction”, la crème brûlée di “Amélie”. Ogni scheda è breve, chirurgica, e si concentra su una domanda precisa: cosa sta comunicando quella scena? Cosa dice di quel personaggio? Cosa dice di noi?
Nel saggio introduttivo, “Gli sceneggiatori sono dei cinegustologi”, Lombardi dichiara di essere un critico tradizionalista annoiato dai criteri tradizionali e racconta




