
di Valerio Cappelli
Il direttore nippoamericano Kent Nagano ha eseguito a Ravello «Il crespuscolo degli Dei» nella lingua in cui fu scritto
Soltanto ventotto anni fa, l’amalfitano Gaetano Afeltra, col peso della sua penna, sul Corriere scrisse quasi con un moto di sorpresa che il 7 dicembre all’apertura scaligera Il Crepuscolo degli veniva cantato in tedesco, «cioè nella lingua originale», e senza sottotitoli, come voleva il maestro Muti. Era il 1998. Oggi si dà per scontato utilizzare la lingua originale: soltanto ventotto fa, non lo era così tanto. In quegli stessi giorni usciva la terribile storia della dinastia Wagner nel racconto del pronipote Gottfried intitolato Il crepuscolo dei Wagner.
Il paradosso è che oggi l’Italia della lirica è meno consapevole ma più rigorosa. Infatti al Ravello Festival, che dista 6 chilometri di vorticosa salita dall’Amalfi di Afeltra, viene dato nel segno dell’internazionalità (in questo sperone a strapiombo sul mare domina il turismo nordeuropeo) «Il Crepuscolo degli dei» con strumenti d’epoca. Questa è terra wagneriana, qui il grande Richard, arrivando a dorso di mulo con la sua corte, aveva trovato la scena per Il giardino di Klingsor del «Parsifal», l’ultima sua utopia artistica. E il festival, il più




